L’evoluzione scientifica del termine “Vitiligo” nel XIX secolo
F. Stocco
Le testimonianze scritte più antiche riferibili alla vitiligine sono: i primi testi dell’Ayurveda, il papiro di Ebers e il Levitico dell’Antico Testamento. Durante l’impero romano i medici Aulo Cornelio Celso e Galeno, rispettivamente nel I e II secolo d.C., per primi descrissero questa malattia cutanea e i loro enunciati furono utilizzati da tutti gli autori successivi. Hieronymus Mercurialis nel XVI secolo e Joseph Jakob Ritter Plenck nel XVIII secolo basarono i loro scritti sui riferimenti dei due medici romani.
Dopo secoli di immobilismo scientifico nel XIX secolo si verificò un incremento esponenziale degli studi dermatologici e le opere medico-scientifiche prodotte in questo periodo gettarono le basi della moderna dermatologia. In Europa nacquero e si svilupparono diverse scuole di pensiero localizzate in Inghilterra, Francia, ed Austria, mentre nell’Italia preunitaria la dermatologia progredì grazie ai contributi dei singoli individui di spicco nel panorama medico.
I contributi di Vincenzo Chiarugi, Robert Willan e Thomas Bateman, Jean-Louis Alibert, Ferdinand von Hebra e Moriz Kaposi si rivelarono fondamentali per lo studio delle patologie cutanee e tra queste anche della vitiligine.
L’evoluzione e la visione medico-scientifica ottocentesca sulla vitiligine è presentata in questo lavoro attraverso l’analisi delle opere più importanti degli autori succitati, ciò è servito per contestualizzare storicamente l’andamento graduale dello studio medico riguardo questa patologia cutanea.
I testi originali saranno utilizzati per dimostrare come, nel corso di circa settant’anni, l’approccio medico alla vitiligine mutò radicalmente e insieme ad esso cambiarono anche i tentativi terapeutici appositamente ideati per la patologia.
Nonostante le fonti abbiano una valenza prettamente storico-medica, esse sono basilari per conoscere il percorso che il termine “vitiligo” affrontò fino ad arrivare al significato odierno.
Flavio Stocco